“ESSERE O NON ESSERE FELICI, QUESTO E’ IL PROBLEMA”

Scritto da on 8 Novembre 2017

Senza scomodare Amleto, il Principe di Danimarca troppo ossessionato dalla sete di vendetta e molto cinico  e indeciso per poter essere, ovviamente, felice, la domanda sull’essere o non essere felici o su cosa sia o non sia la felicità resta un bel dilemma. La felicità è la più grande aspirazione dell’uomo, essa è addirittura sancita come un diritto dalla Costituzione americana, il 20 marzo è la Giornata Mondiale voluta dall’Onu in cui la si celebra, è quel “qualcosa” che tutti desiderano, difficile da definire, ma poi davvero così inafferrabile? Le neuroscienze hanno dimostrato che la “sensazione di felicità o infelicità” dipende in larga misura dalla chimica del cervello, essendo essa posizionata tra le pieghe della corteccia cerebrale prefrontale sinistra, dove confluiscono i geni di tipo 5-HTT, grossi trasportatori di serotonina. Recenti studi hanno altresì affermato che “l’attitudine alla felicità sarebbe dovuta per il 50 per cento ai nostri geni, per il 10-15 per cento a fattori esterni, almeno il 35 per cento alla nostra maniera di pensare”.  Pare anche che una psicologa inglese, Carol Rothwell abbia trovato l’equazione algebrica della felicità: Felicità = P + ( 5Xe ) + ( 3Xh ), dove P sta per caratteristiche personali, E per bisogni esistenziali e H per bisogni di ordine superiore. Ma può la felicità ridursi ad una ricetta “formato famiglia”? L’Italia ha risposto facendo scendere in campo direttamente il coach, l’allenatore, i cui dettami possano aiutare  a raggiungere un maggior benessere correggendo il miraggio della perfezione ad ogni costo, perché non è essere sempre inappuntabili che ci rende felici, ma essere in armonia con se stessi. La felicità, dunque, si trova dentro di noi, e di sicuro esiste una formula diversa per ciascuno di noi, una felicità su misura. Personalmente sono d’accordo con Henry van Dyke quando dice che  la felicità è interiore, non esteriore, non dipende da ciò che abbiamo, ma da ciò che siamo, perché ritengo che la gioia nulla abbia a che vedere con i condizionamenti esterni, neanche la realizzazione di un desiderio porta alla vera felicità, in quanto caratteristica di ogni desiderio è quella di essere sostituito subito da un altro, non essendo nessun desiderio mai realmente appagante. Infatti, paradossalmente la soddisfazione di un desiderio lascia insoddisfatti, perché l’averlo esaudito lo priva quasi subito di interesse, lasciandoci frustrati e infelici, e sappiamo quanto non esista niente di più facile da controllare di una persona infelice. “La felicità non è un’emozione né un sentimento, non è piacere dei sensi eppure è qualcosa che è in questione in tutti i momenti della nostra vita affettiva, così come ogni paesaggio include un cielo”, scrive la docente di filosofia Roberta De Monticelli, “La felicità è uno stato di pienezza che ci fa sentire vivi , sensibili per tutto quello che abbiamo intorno. Per questo la felicità è anche la capacità di provare dolore. E il contrario della felicità è l’apatia, l’indifferenza”. Cos’è, dunque, la felicità? E’ “amore e nient’altro”, come scriveva Hermann Hesse? Essere felici significa essere il meno infelici possibile, “vivere passabilmente”, come affermava Arthur Schopenhauer? Felicità è semplicemente essere se stessi? E’ “l’assenza di dolore”, come insegnava Aristotele? E’ gioia immotivata? E’ qualcosa che si possiede già? E’ gioia condivisa? E’ una ricerca continua? La felicità è qualcosa che “può essere trovata a condizione di non cercarla”? E’ una giornata di sole? E’ una tazza di cioccolata calda durante un piovoso pomeriggio autunnale? E’ un buon tenore di vita? E’ un “risveglio dell’anima”? Di sicuro “ di fronte al mare la felicità è un’idea semplice”.

Angela Patrizia Barile


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