“LA CASA SENZA PAVIMENTO”

Scritto da on 2 Novembre 2017

In molte zone italiane la cultura tradizionale vuole che la notte fra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti ritornino sulla terra. In Sicilia, ad esempio, la commemorazione dei defunti viene chiamata “Festa dei Morti” ed è una ricorrenza molto sentita, legata all’antica convinzione secondo la quale in questa notte arrivano i morticini a portare doni e dolci ai bambini e questi porteranno poi i fiori al cimitero in segno di ringraziamento. Una vera e propria festa, dunque, per trasmettere ai bambini la fede nella vita eterna, un modo gioioso per esorcizzare la paura della morte e del mistero, addolcita dalla presenza sulla tavola dei dolci tipici della tradizione siciliana, come i crozzi ‘i mottu, ovvero le ossa di morto, i tetù bianchi, velati di zucchero e quelli marroni, ricoperti di polvere di cacao, i pipareddi, gli ‘nzuddi, le muffolette, la frutta martorana, i pupi ri zuccaru. In Puglia in occasione di questa ricorrenza si preparano i mostaccioli, i fichi secchi e la colva, o grano dei morti, addolcita non dallo zucchero, ma dal vin cotto, in Lombardia il pà edi morcc, il pane dei morti, i cavalli in Trentino Alto Adige, il pan coi santi in Toscana, o’ morticiello a Napoli, le cosiddette fave dei morti in tutta Italia. Nel corso dei secoli ogni uomo si è confrontato con il tema della morte, sottoponendo questa a diversi tentativi di spiegazione; i riti funebri, la preparazione dei dolci dei morti,  l’usanza di portare i fiori al cimitero non sono altro che “riti di vita” utili ad acquietare l’angoscia del dover morire, che resta l’unica certezza della vita. La consuetudine di portare i fiori al cimitero, ad esempio, vede contrapporsi due scuole di pensiero, l’una che vede nella freschezza del fiore un simbolo di vita che rinasce, l’altra che vede nel fiore reciso “un essere morente in silenziosa agonia” e per questo “meritevole” di essere sostituito da uno finto, ma al di là di ogni convinzione, resta il fatto che questo segno esteriore serve più al vivo che al morto. Il rito, dunque, assurge a “meccanismo di decolpevolizzazione e rassicurazione, attuato attraverso le mille attenzioni dedicate al defunto, affinché  esso non abbia nulla da rimproverare ai superstiti”, l’angoscia della morte non viene mai del tutto esorcizzata, perché il senso della morte sfugge alla comprensione della ragione, si può parlare della morte solo “osservando” quella degli altri, tanto che “la tomba serve al vivo per proseguire il suo dialogo con il defunto e al defunto per sopravvivere nel ricordo dei vivi”. Ricordo la mia bisnonna Donata mentre mi raccontava che molto presto  se ne sarebbe andata nella sua casa senza pavimento, facendomi promettere di andarla a trovare. Avevo cinque anni e ovviamente non sapevo che mi stesse parlando della morte e del cimitero. Il cimitero racchiude la memoria senza tuttavia diffonderla, perché a parte quella dei propri cari, nulla si sa della parabola esistenziale degli altri defunti, a meno che non si tratti di uomini illustri.  All’ombra dei cipressi incise sulle lapidi si susseguono le citazioni evangeliche, bibliche o letterarie accanto alle doverose ed asettiche indicazioni anagrafiche, in riferimento alle fotografie, oggetto di commozione dei propri cari, ma facce anonime per gli altri; statue, marmi, decori, cappelle, si crede “diano la misura del rimpianto”, ma la morte “è una livella” e tutto appiana alla fine di questo “intervallo di tempo” che è la vita. All’inizio di novembre il doveroso rito della commemorazione dei defunti vede l’affollarsi dei viali del cimitero, dove asettiche indicazioni anagrafiche accanto a  ripetute citazioni bibliche o letterarie o evangeliche si susseguono sulle lapidi, che racchiudono la memoria senza, però, diffonderla.

Angela Patrizia Barile


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