LA CASA SENZA PAVIMENTO di Angela Patrizia Barile

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In molte zone italiane la cultura tradizionale vuole che la notte fra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti ritornino sulla terra. In Sicilia, ad esempio, la commemorazione dei defunti viene chiamata “Festa dei Morti” ed è una ricorrenza molto sentita, legata all’antica convinzione secondo la quale in questa notte arrivano i morticini a portare doni e dolci ai bambini e questi porteranno poi i fiori al cimitero in segno di ringraziamento. Una vera e propria festa, dunque, per trasmettere ai bambini la fede nella vita eterna, un modo gioioso per esorcizzare la paura della morte e del mistero, addolcita dalla presenza sulla tavola dei dolci tipici della tradizione siciliana, come i crozzi ‘i mottu, ovvero le ossa di morto, i tetù bianchi, velati di zucchero e quelli marroni, ricoperti di polvere di cacao, i pipareddi, gli ‘nzuddi, le muffolette, la frutta martorana, i pupi ri zuccaru. In Puglia in occasione di questa ricorrenza si preparano i mostaccioli, i fichi secchi e la colva, o grano dei morti, addolcita non dallo zucchero, ma dal vin cotto, in Lombardia il pà edi morcc, il pane dei morti, i cavalli in Trentino Alto Adige, il pan coi santi in Toscana, o’ morticiello a Napoli, le cosiddette fave dei morti in tutta Italia. Nel corso dei secoli ogni uomo si è confrontato con il tema della morte, sottoponendo questa a diversi tentativi di spiegazione; i riti funebri, la preparazione dei dolci dei morti, l’usanza di portare i fiori al cimitero non sono altro che “riti di vita” utili ad acquietare l’angoscia del dover morire, che resta l’unica certezza della vita. La consuetudine di portare i fiori al cimitero, ad esempio, vede contrapporsi due scuole di pensiero, l’una che vede nella freschezza del fiore un simbolo di vita che rinasce, l’altra che vede nel fiore reciso “un essere morente in silenziosa agonia” e per questo “meritevole” di essere sostituito da uno finto, ma al di là di ogni convinzione, resta il fatto che questo segno esteriore serve più al vivo che al morto. Il rito, dunque, assurge a “meccanismo di decolpevolizzazione e rassicurazione, attuato attraverso le mille attenzioni dedicate al defunto, affinché esso non abbia nulla da rimproverare ai superstiti”, l’angoscia della morte non viene mai del tutto esorcizzata, perché il senso della morte sfugge alla comprensione della ragione, si può parlare della morte solo “osservando” quella degli altri, tanto che “la tomba serve al vivo per proseguire il suo dialogo con il defunto e al defunto per sopravvivere nel ricordo dei vivi”. Ricordo la mia bisnonna Donata mentre mi raccontava che molto presto se ne sarebbe andata nella sua casa senza pavimento, facendomi promettere di andarla a trovare. Avevo cinque anni e ovviamente non sapevo che mi stesse parlando della morte e del cimitero. Il cimitero racchiude la memoria senza tuttavia diffonderla, perché a parte quella dei propri cari, nulla si sa della parabola esistenziale degli altri defunti, a meno che non si tratti di uomini illustri. All’ombra dei cipressi incise sulle lapidi si susseguono le citazioni evangeliche, bibliche o letterarie accanto alle doverose ed asettiche indicazioni anagrafiche, in riferimento alle fotografie, oggetto di commozione dei propri cari, ma facce anonime per gli altri; statue, marmi, decori, cappelle, si crede “diano la misura del rimpianto”, ma la morte “è una livella” e tutto appiana alla fine di questo “intervallo di tempo” che è la vita.

                                                                                   Angela Patrizia Barile

THE HOUSE WITHOUT FLOOR

In many Italian areas, traditional culture wants the souls of the deceased to return to Earth on November 1-2. In Sicily, for example, the commemoration of the deceased is called the “Feast of the Dead” and is a very perpetual occurrence, linked to the ancient conviction that on this night mortals arrive to bring gifts and cakes to children and these will then bring flowers at the cemetery in thanksgiving. A true celebration, therefore, to convey faith to eternal life to children, a joyous way to exorcise the fear of death and mystery, dazzled by the presence on the table of sweets typical of the Sicilian tradition, such as the crotches’ i mottu, the dead bones, the white whites, the veils of sugar and the brown ones, covered with cocoa powder, the pipers, the nuts, the muffles, the martoran fruit, the pupa zuccaru. In Puglia, on this occasion, mostaccioli, dried figs and colva, or grain of the dead are prepared, sweetened not with sugar, but in the wine-baked wine, in Lombardy, the peculiar molluscs, the bread of the dead, the horses in Trentino Alto Adige, the Pan with saints in Tuscany, or ‘mortician’ in Naples, the so-called beings of the dead all over Italy. Over the centuries, every man has faced the theme of death, subjecting him to several attempts to explain; the funeral rituals, the preparation of the cakes of the dead, the custom to bring the flowers to the cemetery are nothing more than “rites of life” useful to relieve the distress of having to die, which remains the only certainty of life. The custom of bringing flowers to the cemetery, for example, sees two schools of thought, one that sees in the freshness of the flower a life-giving symbol that revives, while the other sees in the flower cut off “a dying in silent agony “And for this reason” meritorious “to be replaced by a fake, but beyond all belief, the fact remains that this external sign serves more alive than to the dead. The rite, therefore, stands for “a mechanism of decolpening and reassuring, carried out through the thousands of attentions dedicated to the deceased, so that it has nothing to rebuke the survivors,” the anguish of death is never completely exorcised, because the sense of death escapes understanding of reason, one can only talk about death by “observing” that of others, so that “the tomb serves alive to continue his dialogue with the deceased and the deceased to survive in the memory of the living.” I remember my businesswoman Donata telling me that she would soon go to her floorless home, making me promise to find her. I was five and of course I did not know he was talking about death and cemetery. The cemetery encloses the memory without spreading it, for apart from that of the loved ones, nothing exists about the existential parable of the other dead, unless they are illustrious men. In the shadow of the cypresses engraved on the tombstones follow the evangelical, biblical or literary quotations beside the proper and aseptic personal details of the photographs, which are the subject of emotions of their loved ones, but anonymous faces to others; statues, marbles, decorations, chapels, are believed to “give the measure of regret,” but death is “a level” and all at the end of this “time interval” that is life.

Angela Patrizia Barile

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